In Brasile, il terzo mandato di Luiz Inácio Lula da Silva del Partito dei Lavoratori sta volgendo al termine. Lula potrebbe conquistare un quarto mandato — diventando così il politico più eletto nella storia del Paese — qualora sconfigga il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Tuttavia, Flávio Bolsonaro — figlio dell’uomo soprannominato il «Trump dei tropici», che nel 2023 tentò un colpo di Stato sorprendentemente similare a quello di Donald Trump nel 2021 —, è pericolosamente vicino a conquistare il primato nei sondaggi.
È giunto il momento di valutare sia le minacce di una nuova amministrazione Bolsonaro e sia i rischi che persisteranno o emergeranno sotto l’ennesimo governo di centro-sinistra. Abbiamo parlato con alcune soggettività anarchiche brasiliane – attive su diversi fronti -, riguardo alle sfide che questi scenari potrebbero comportare per gli esseri umani, l’ambiente e i movimenti sociali che resistono al capitalismo e al colonialismo.
Flavio Bolsonaro in a photo-op with Trump in May 2026 during a meeting at which he lobbied for the US to designate Brazilian drug cartels as “terrorist groups.”
Cosa significano le elezioni del 2026 per il Brasile e le Americhe
Le elezioni del 2026 determineranno in quale misura verranno vanificati i miglioramenti ottenuti grazie alle lotte sociali. Proprio come Trump è tornato al potere con le elezioni del 2024, c’è il rischio che Flávio Bolsonaro possa riprendere gli attacchi di suo padre contro la classe operaia, i gruppi emarginati, le donne, le popolazioni indigene e l’ambiente. Il Partito dei Lavoratori e la sinistra in generale non sono riusciti a produrre nuove figure che succedano al loro carismatico leader; senza Lula, sembrano destinati alla sconfitta elettorale.
C’è il rischio che la sinistra non riesca a presentare un nuovo candidato efficace per il 2030 – quando Lula non potrà più ricandidarsi. È anche probabile che, se eletto, Lula possa cadere vittima della cosiddetta «crisi del mandato» — un modello emerso nelle elezioni di tutto il mondo in questo decennio. I leader sia di sinistra e sia di destra vedono la loro posizione pubblica erodersi dopo essere entrati in carica poichè non riescono ad affrontare l’inesorabile impatto del capitalismo sulla vita della gente comune. Il simbolismo e l’ideologia astratta hanno un peso significativo nei paesaggi politici polarizzati della politica elettorale borghese e, in tutto il mondo, la classe dominante fa sempre meno affidamento sulla carota e sempre più sul bastone.
Pertanto, è probabile che l’estrema destra torni presto al potere. Questa è una realtà che dobbiamo affrontare. Potrebbe accadere nel 2030, ma potrebbe verificarsi già nel 2026.
Ciò avviene in un contesto dove gli Stati Uniti di Trump stanno tentando di riorganizzare l’ordine mondiale con la forza, dimostrando a tutti ciò che gli anarchici hanno sempre saputo: che la democrazia rappresentativa, il diritto internazionale e le istituzioni come le Nazioni Unite esistono a discrezione della classe dominante e non ci proteggono. Nel corso dei suoi primi quattordici mesi al potere, la seconda amministrazione Trump ha rovesciato due capi di Stato: ucciso il leader iraniano e rapito il presidente venezuelano. In entrambi i casi si è parlato apertamente di appropriazione del petrolio di questi territori; in Venezuela, l’amministrazione è riuscita a sottrarre miliardi di barili, che ora sono sotto il controllo di Washington.1
Flávio Bolsonaro, in qualità di [possibile] capo di Stato, consegnerebbe volontariamente i lavoratori, le foreste e le terre brasiliane agli interessi imperialisti statunitensi. Ci troviamo già in una situazione disastrosa sotto l’assetto neoliberista gestito da Lula; con un fascista al potere, asservito agli Stati Uniti, la lotta per la sopravvivenza diventerebbe ancora più dura. Inoltre, il petrolio, i minerali, i fiumi e le foreste del territorio noto come Brasile servirebbero ad alimentare la corsa agli armamenti tecnologici, militari e nucleari – tutte cose che mettono in pericolo la vita di questo pianeta.
Gli Stati Uniti stanno tentando apertamente di interferire nelle elezioni brasiliane a favore di Bolsonaro, inviando “osservatori” per contestare i risultati elettorali e minacciando di imporre ulteriori dazi al Brasile. Allo stesso tempo, la società statunitense Meta — che controlla gran parte dei contenuti circolanti sui social media —, senza fornire alcuna spiegazione e a poche settimane dalle elezioni, ha bloccato i post della campagna elettorale di Lula. Le stesse élite, con la stessa agenda reazionaria, controllano sia il potere militare sia le aziende che dominano la tecnologia e la comunicazione digitale.
Manifestazione di antifascisti e anarchici contro la 6×1
Le conseguenze del terzo mandato di Lula
L’amministrazione di Jair Bolsonaro ha lasciato dietro di sé un panorama di terra bruciata che ancora tormenta chi l’ha subita. Bolsonaro ha governato il Paese durante una pandemia globale senza alcuna considerazione per la gente comune, guidato da teorie complottistiche e diffondendo disinformazione. È riuscito a spostare l’intero spettro politico di qualche passo verso destra. In questo contesto, Lula è emerso come l’unica via d’uscita. Sebbene il suo programma sia diventato sempre più moderato e conservatore, molti elettori di sinistra hanno visto la sua amministrazione come un’oasi nel deserto. Loro hanno sperato che nel corso di uno o due mandati, Lula risolvesse i problemi sociali, economici, politici e ambientali della nazione, stringendo al contempo nuove alleanze con le oligarchie politiche e il capitale transnazionale.
Dopo la vittoria risicata nel 2022, Lula è entrato in carica e ha salito la scalinata del Palazzo del Planalto insieme ai rappresentanti dei gruppi emarginati e delle minoranze sociali: un bambino nero, un leader indigeno, un influencer disabile, un insegnante, un metalmeccanico e un raccoglitore di materiali riciclabili. Tuttavia, nel giro di pochi mesi, si è alleato con il Centrão (un blocco di partiti pragmatici e centristi), la destra e le solite élite. Il governo, inizialmente, ha esordito con un alto indice di popolarità grazie ai tagli alle imposte sul reddito per i poveri e al calo della disoccupazione. Contemporaneamente, però, ha imposto limiti di spesa ai programmi sociali mentre per la riforma agraria e la demarcazione dei terreni [delle popolazioni native] è rimasto bloccato. Il terzo mandato di Lula servirà ad attenuare i traumi del capitalismo che sono stati portati all’estremo durante l’amministrazione Bolsonaro, ma senza mettere in discussione i privilegi delle élite che traggono profitto dagli interessi e dalla ricerca di rendite. Poco si sta facendo per regolamentare la «piattaformizzazione» — o «uberizzazione» — del lavoro precario, mentre i siti di scommesse online attirano e prosciugano i guadagni dei lavoratori col salario minimo.2
Lula nel 2022 insieme a soggettività delle comunità emarginate.
Rispetto ai primi quattro mandati del Partito dei Lavoratori di Lula e, successivamente, Rousseff, il mandato Lula-Alckmin (2022-2026) non è stato solo moderato ma anche caratterizzato da un accresciuto conservatorismo economico e repressione delle lotte sociali.
Mentre incontrava rappresentanti dei governi e delle imprese alla COP30 a Belém, nel cuore dell’Amazzonia brasiliana, per discutere di “soluzioni” ambientali proprio con coloro che stanno distruggendo l’ambiente, Lula ha portato avanti un decreto che privatizza l’uso dei fiumi amazzonici Madeira, Tocantins e Tapajós come vie navigabili per il trasporto di cereali, minerali e legname. A ciò si è aggiunta l’attuazione di vari altri progetti che hanno un impatto sociale e ambientale significativo nell’ambito della terza edizione del PAC (Piano di Accelerazione della Crescita). Nonostante alcuni gesti di facciata verso la cosiddetta transizione ecologica, il governo del Partito dei Lavoratori ha continuato quel modello estrattivista fondato sull’esportazione di materie prime – il quale contribuisce a generare i disastri ambientali.
Il presidente della Petrobras (la multinazionale energetica brasiliana a maggioranza statale) ha fatto eco allo slogan di Donald Trump («drill, baby drill»), sottolineando come le trivellazioni petrolifere alla foce del Rio delle Amazzoni siano una priorità del governo in quanto fonte di entrate necessarie per pareggiare i conti — e questo nonostante l’opposizione pubblica e gli avvertimenti degli scienziati sui rischi dell’estrazione in un’area con una biodiversità così delicata. In nome dell’espansione delle infrastrutture di produzione capitalistiche, interi biomi e intere popolazioni vengono svenduti come rottami. Nel territorio indigeno degli Yanomami a Roraima – simbolo della crisi umanitaria che ha colpito i popoli nativi durante l’amministrazione Bolsonaro –, il bilancio delle vittime è pari a quello registrato sotto il governo precedente – se non superiore. Lula aveva promesso di tenere sotto controllo la crisi durante la sua campagna elettorale. Ma ciò non è avvenuto.
La situazione nelle città non è migliorata. Pur sostenendo la formula del finanziamento della spesa sociale grazie all’esportazione dei minerali e prodotti agricoli, l’amministrazione Lula-Alckmin si è limitata a sostenere a parole la richiesta popolare di abolire l’orario «6×1» (sei giorni di lavoro seguiti da un giorno di riposo). Hanno inserito l’argomento nel loro programma elettorale solo alla vigilia delle elezioni. Se il Congresso dovesse approvare la fine della settimana lavorativa di sei giorni, sarà la conseguenza della mobilitazione popolare e non dell’autoproclamato «governo dei lavoratori» — un’amministrazione che ha intenzionalmente indebolito le marce nazionali che chiedevano la fine del regime «6×1», invitando la propria base a scendere in piazza contro l’amnistia per Jair Bolsonaro e altri partecipanti al tentato golpe del 2023. Si tratta dello stesso schema che abbiamo visto quando il Partito dei Lavoratori si è rifiutato di sostenere le proteste dell’era pandemica contro il governo Bolsonaro.
September 2026: App-based delivery workers protest for better working conditions and a minimum delivery fee. Grassroots organizing against the “uberization” of work.
Nel 2024, Lula intervenne per impedire qualsiasi dichiarazione ufficiale del governo in merito al 60° anniversario del colpo di Stato militare-borghese del 1964, cedendo alle pressioni del ministro della Difesa José Múcio — un alleato di Jair Bolsonaro e dell’alto comando militare che aveva orchestrato il tentato golpe dell’8 Gennaio 2023.
Il governo ha iniziato ad adottare un approccio di destra alla sicurezza pubblica, proprio mentre i tassi di femminicidio raggiungevano livelli record nel Paese e i massacri perpetrati dalla polizia diventavano sempre più brutali — come le stragi del 2025 a Penha e Alemão (Rio de Janeiro), l’operazione di polizia più sanguinosa della storia, che ha causato oltre 120 vittime. Per sostenere una repubblica in declino e attuare quei progetti infrastrutturali di sviluppo del «PAC 3»3 – concepiti per placare il capitale straniero -, questa amministrazione ha intensificato l’attività di polizia, armato le forze di sicurezza e ampliato il sistema carcerario e l’incarcerazione di massa. A tal fine, ha lanciato una nuova versione del Programma Nazionale di Sicurezza Pubblica con la Cittadinanza (PRONASCI 2).
E a proposito del settore della “sicurezza”, il governo di Lula ha speso 50 milioni di dollari in armamenti israeliani negli ultimi tre anni. Nonostante abbia condannato Israele per il genocidio palestinese in diverse occasioni, come all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2025, l’amministrazione Lula non ha mai interrotto i rapporti con il governo sionista. Analogo discorso per Cuba: nonostante la condanna contro l’embargo che mette a rischio la vita di milioni di persone, il Brasile continua a negare le forniture di carburante all’isola caraibica e invia petrolio a Israele, alimentando così la macchina da guerra di Netanyahu.4
Protesters march in São Paulo for an end to the six-day workweek.
E se vincesse l’estrema destra?
Flávio Bolsonaro è il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, che nel 2023 tentò un colpo di Stato con l’aiuto delle forze di sicurezza del Paese e delle élite politiche ed economiche — in modo simile, ma probabilmente più pericoloso, alle azioni di Trump dopo la sua sconfitta del 2020. Il suo programma di governo si ispira apertamente ai programmi autoritari di sicurezza pubblica di Donald Trump negli Stati Uniti e di Nayib Bukele in El Salvador, nonché allo smantellamento delle tutele sociali di Javier Milei in Argentina.
Abbiamo già visto come l’estrema destra possa aggravare una tragedia su larga scala (vedasi la pandemia di COVID-19). Ora, mentre i fenomeni climatici come El Niño colpiscono un mondo già alle prese con il riscaldamento globale, il divario di classe si approfondisce; i politici e i super-ricchi smascherano la farsa del diritto internazionale e spingono verso una guerra civile globale, come dimostrano le aggressioni statunitensi contro l’Iran e il Venezuela. Un governo bolsonarista che operi con l’intervento diretto degli Stati Uniti potrebbe provocare catastrofi ancora più devastanti. Dobbiamo prepararci fin da adesso a quel momento in cui la sinistra istituzionale non potrà più mitigare le conseguenze del crollo capitalista e dell’ascesa del fascismo, né impedire le vittorie elettorali della destra. Quel futuro non è più una prospettiva lontana.
Grazie alle loro ideologie distruttive e alla mancanza di autentiche capacità gestionali, Trump e Bolsonaro sono stati sconfitti nelle elezioni democratiche. La loro imprevedibilità li rende pericolosi persino per le élite che desiderano una certa stabilità e un programma di governo solido. Eppure il sostegno popolare ed elettorale verso questi leader rimane saldo, dividendo di fatto la società a metà.
Non è più solo «è l’economia, stupido» — come recitavano i manuali politici degli anni ’90 e 2000. Ciò che contava allora per gli elettori — più dell’ideologia o dei valori morali —, era l’impatto tangibile che le azioni governative avevano sul portafoglio del cittadino medio. Nel 21° secolo, entrano in gioco altri fattori. Sia Joe Biden che Lula hanno ottenuto ottimi indicatori economici alla fine dei loro mandati: bassa disoccupazione, redditi medi in aumento e inflazione sotto controllo. Eppure nessuno dei due è riuscito a conquistare una quota sufficientemente ampia dell’elettorato tale da assicurarsi un vantaggio schiacciante. I democratici non sono riusciti a impedire a Trump di ottenere un secondo mandato nel 2024, e il figlio di Jair Bolsonaro sta minacciando il vantaggio di Lula nei sondaggi per le elezioni del 2026.
La cosiddetta polarizzazione tra gli schieramenti dominanti nella politica elettorale deriva da fattori ben più complessi dei dati economici oggettivi. Per i sostenitori di Trump del movimento MAGA (“Make America Great Again”) negli Stati Uniti e per i membri del cosiddetto “Partito Bolsonarista Digitale”, la battaglia tra destra e sinistra è una lotta esistenziale, una lotta per l’identità. Viene spesso descritta come una “guerra santa” tra “il bene e il male”, in cui tutto è negoziabile tranne la devozione al proprio leader e “salvatore”. I leader populisti di estrema destra esercitano un tale fascino sul pubblico proprio perché si presentano come figure anti-establishment, soprattutto in un mondo dove nessuno crede più in quel sistema nel quale gli elementi di destra e di sinistra dello Stato hanno collaborato per impedire l’emersione di un’alternativa genuinamente popolare.
Quando parliamo di una base sociale come elemento fondamentale per portare avanti un programma politico a lungo termine, dobbiamo riconoscere che l’estrema destra brasiliana — proprio come le sue controparti americane e europee —, è molto più mobilitata per la propaganda e il reclutamento rispetto a qualsiasi formazione di sinistra o antiautoritaria. Ciò è stato possibile grazie all’appropriazione degli strumenti, delle piattaforme digitali e dei metodi organizzativi decentralizzati originariamente sperimentati dalla sinistra radicale. Queste figure continuano a operare in modo indipendente, sostenendo la retorica dei propri leader e reclutando attivisti.
Quando figure come Bolsonaro, Trump, Putin o Milei assumono il controllo di un’intera nazione, i pericoli di questa mobilitazione diventano chiaramente evidenti. Maggiore è la concentrazione di potere economico, militare e politico e della legittimità percepita di uno Stato, più gravi sono le conseguenze verso i gruppi vulnerabili quando quel potere cade nelle mani di leader autoritari ed egocentrici. Con un solo decreto governativo, essi possono smantellare le politiche e le strutture che sostengono milioni di vite o dichiarare guerra a nemici interni, esterni o persino immaginari.
I vertici di aziende come Amazon, Meta, Google, Apple e Tesla/SpaceX hanno partecipato alla seconda cerimonia di insediamento di Trump nel 2025 per celebrare il “ritorno del re”, affiancandosi a leader determinati a riportare il capitalismo a un’epoca di colonialismo sfrenato e genocida. Alcuni — come i proprietari di Meta e Google — hanno abbandonato la retorica apparentemente progressista che caratterizzava la Silicon Valley un decennio fa, abbracciando valori maschilisti e autoritari.
December 2025: Graffiti in Belo Horizonte in a rally against a six-day work week. It reads “Brazil: Indigenous land.”
Il voto non può sconfiggere la distopia
Ciò che accade a Gaza — o in qualsiasi baraccopoli, ghetto o foresta — può accadere a qualsiasi popolazione ritenuta indesiderabile, a qualsiasi insurrezione o territorio ribelle. Lo stesso equipaggiamento militare che Israele utilizza in Palestina viene venduto alle fiere internazionali e utilizzato dalle forze di polizia per controllano le periferie del Sud del mondo o arrestare e deportare gli immigrati fuori dagli Stati Uniti. Le aziende tecnologiche che controllano le piattaforme dei social media, le transazioni bancarie e le app di messaggistica – utilizzate da miliardi di persone ogni giorno -, sono le stesse che sviluppano software e intelligenze artificiali atti a controllare armi letali sempre più autonome. Raccolgono i nostri dati proprio come raccolgono i dati dei bersagli civili palestinesi, libanesi e iraniani. Abbiamo bisogno di modi per comunicare e condividere dati e risorse che non alimentino una macchina da guerra che, prima o poi, si rivolterà contro di noi se mai dovessimo ribellarci, o – se non lo faremo mai – ogni volta che i nostri leader lo riterranno opportuno.
Inondazioni, incendi, siccità, ondate di calore, misoginia, razzismo, epidemie, migrazioni forzate e forze di polizia sempre più brutali e pesantemente equipaggiate. I leader politici e i miliardari del settore tecnologico parlano apertamente di condurre guerre genocidarie per proteggere i propri interessi. Coloro che stanno perpetrando a Gaza il genocidio più documentato di tutti i tempi non hanno subito alcuna conseguenza, né incontrato ostacoli. I sostenitori del fascismo sfruttano queste crisi per riemergere spudoratamente in tutto il mondo. Oggi la crisi non è un momento passeggero, ma una condizione permanente che continuerà ad aggravarsi fino al giorno in cui il sistema crollerà.
In questo contesto, ogni malcontento che non riesca a diventare rivoluzionario funge da carburante per movimenti e partiti reazionari. Abbiamo bisogno di modi di essere e di agire tali da non dipendere dalla benevolenza di un governante che lascerà la carica tra quattro anni o da istituzioni così potenti e centralizzate da sottrarsi a qualsiasi nostra influenza. Abbiamo bisogno di modi per agire al di fuori e al di là del ciclo elettorale: invece di delegare il nostro potere ai rappresentanti, dobbiamo agire e organizzarci per difendere il mondo in cui desideriamo vivere.
Anarchist and anti-fascist Atlético fans marching against the six-day work week.
Cercando di riformare le istituzioni democratiche statali, non facciamo altro che contribuire a perpetuare un sistema di dominio che imprigiona e uccide le popolazioni nere e indigene e alimenta il femminicidio e la distruzione dei biomi – fondamenta essenziali della vita sulla Terra. Se non organizziamo la società in modo da impedire ai tiranni di detenere il potere, nulla di ciò che otterremo sarà mai al sicuro.
Proprio come Bolsonaro ha spostato l’intero spettro politico verso destra – riducendo la Sinistra a difendere e preservare le conquiste sociali e i diritti fondamentali –, i nuovi candidati di estrema destra stanno normalizzando proposte ancora più autoritarie. Anche senza una reale possibilità di vittoria, figure come Renan Santos (del Partito Missão e del MBL) tentano di distanziarsi dal bolsonarismo, rilasciando dichiarazioni ancora più estremiste e sensazionalistiche. Il loro obiettivo è normalizzare il discorso fascista per le future generazioni affinché, in periodi di accesi conflitti sociali, le «soluzioni facili» da loro proposte appaiano più allettanti per quei gruppi che vogliono salvaguardare i propri privilegi e che ricorrono alla violenza contro gli oppressi.
Il recente scandalo del Banco Master — il più grande caso di frode fiscale mai registrato in Brasile —, ha comportato l’appropriazione indebita di 57 miliardi di real (11 miliardi di dollari) provenienti da fondi pensione, aziende e privati cittadini. La fortuna del suo proprietario, Daniel Vorcaro, è stata utilizzata come fondo nero per sovvenzionare la vita dei suoi parenti e alleati negli Stati Uniti, oltre a contribuire alla realizzazione di un film di propaganda a sostegno di Jair Bolsonaro — in inglese e con attori di Hollywood. L’idea era quella di persuadere l’amministrazione Trump a intervenire nella politica e nell’economia brasiliana. Allo stesso tempo, Vorcaro ha usato il suo denaro e la sua influenza per corrompere membri della magistratura e del parlamento, finanziando leader emergenti dell’estrema destra e agevolando iniziative minerarie illegali nel Minas Gerais. Queste operazioni hanno comportato dei seri rischi ambientali e sociali — come accaduto col crollo dei bacini di decantazione nelle città di Brumadinho e Mariana, che hanno ucciso persone e animali e distrutto foreste e interi fiumi.
Questo singolo caso mostra come le élite siano unite e organizzate nel difendere i propri interessi, promuovendo programmi che intrecciano corruzione, fascismo e distruzione ambientale in una guerra contro il popolo e per il controllo delle nostre vite e dei nostri territori.
L’unica via d’uscita da questo scenario è organizzarci e stringere alleanze per difendere noi stessi e il pianeta dai tiranni e dalle forze genocidarie che li servono. Dobbiamo passare all’azione diretta, proprio come hanno fatto i popoli del Basso, Medio e Alto Tapajós – insieme ai Tupinambá, ai pescatori e ai quilombolas – quando hanno occupato per oltre un mese il terminal portuale della multinazionale Cargill, bloccando la distribuzione e la logistica dell’azienda. I movimenti delle città e di altri territori si sono uniti a loro, sensibilizzando l’opinione pubblica, mostrando solidarietà, intensificando la lotta tramite l’occupazione degli uffici dell’azienda e organizzando proteste in varie città.
As anarchists have always said, “Fascism must be fought in the streets.” Londrina, 2023.
L’azione autonoma — libera dall’influenza pacificatrice che caratterizza i movimenti legati al Partito dei Lavoratori — è l’unica via da seguire. Il fascismo, a livello storico, non è mai stato sconfitto solo attraverso le vittorie elettorali. Dobbiamo trarre ispirazione e dare risalto alle occupazioni urbane e rurali, all’auto-demarcazione delle terre indigene, agli scioperi dei riders e alle reti di mutuo soccorso nelle periferie. Dobbiamo costruire collettivi e movimenti sociali organizzati e autodeterminati a partire dalla base — come le donne in Argentina e in Messico che lottano per il diritto all’aborto e contro il femminicidio, o coloro che lottano per la vita e la libertà in Iran. Dobbiamo imparare dai giovani del Nepal e Indonesia che sfidano i propri governi e la polizia; dagli immigrati e dai cittadini che organizzano la resistenza contro l’ICE — l’agenzia per l’applicazione delle leggi sull’immigrazione che agisce come milizia di Trump negli Stati Uniti; e dai territori legati alla Teia dos Povos (Rete dei Popoli), che promuove alleanze tra i quilombos, le terre indigene e le occupazioni urbane e rurali in Brasile, fondate su una prospettiva anticoloniale e anticapitalista.
La lotta è per la vita, la libertà e l’autodeterminazione. A prescindere da chi vincerà le elezioni, una cosa non cambierà: lo scenario peggiore si sta già realizzando, e né i leader eletti né le multinazionali ci tireranno fuori dall’apocalisse che loro stessi hanno creato. Come si dice all’interno dei movimenti di difesa del territorio: «Se vince Bolsonaro, ci uccidono; se vince Lula, ci lasciano morire».
Che votiamo o meno, dobbiamo diventare ingovernabili. Dobbiamo agire come se la vita del pianeta dipendesse da questo — perché è davvero così.
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Pur di non perdere il potere quasi trentennale, il PSUV e la boliborghesia venezuelana si sono accordati con la potenza americana sulla vendita del petrolio – a scapito della Cina, altra potenza presente in Venezuela. Si vedano a tal merito Rifiutiamo la riforma della legge sugli idrocarburi concordata con Trump, che consegna il petrolio alle multinazionali (link) e Venezuela: non siate degli utili idioti delle oligarchie (di sinistra) (link). ↩
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Secondo una stima riportata dal Bollettino fiscale degli Stati Brasiliani, nel 2025 le famiglie brasiliane hanno lasciato qualcosa come 62,5 miliardi di R$ (pari a 10,4 miliardi di euro) sulle piattaforme di scommesse. Link qui. Nel dossier La salute dei brasiliani in gioco dell’Istituto per gli studi sulle politiche sanitarie viene riportato che il danno sociale causato dalle scommesse sia di 38,8 miliardi di R$ all’anno (pari a 6,4 miliardi di euro). Di questo totale, 30,6 miliardi di R$ sono direttamente collegati alla salute tra depressione, cure dalla ludopatia e suicidi. Link qui. ↩
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Acronimo di Programa de Aceleração do Crescimento (trad.: Programma di Accelerazione della Crescita). Inaugurato da Lula a metà anni 2000, l’obiettivo era quello di accelerare la crescita economica capitalista del Paese sudamericano attraverso partneriati tra aziende pubbliche, private brasiliane e multinazionali estere. ↩
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Leandro Lanfredi, sindacalista dei lavoratori del petrolio di Rio de Janeiro, ha denunciato come la Petrobras inviasse il petrolio a Israele tramite la raffineria della Saras S.p.A. del gruppo Vitol a Sarroch (Italia). Link articolo in portoghese. ↩


